ieri a domodossola sono entrato in un bar e ho ordinato un te. eravamo in tre. due te e una coca. arrivano la coca e le due teiere. nelle teiere c'è l'acqua calda. le bustine sono a parte, come è consuetudine. scelgo la bustina, la apro. apro la teiera. inserisco la bustina e richiudo. lì per lì non mi accorgo di nulla. poi comincio a versare nella tazza. sento un tintinnio, sembra metallico. riapro la teiera, dentro è scura, buia di te e di ombra. occhio pallato che si addentra nella teiera, e cosa vedo: una lampadina! giuro. c'era dentro una piccola lampadina. imbarazzo. ehm, lo dico agli altri: non ci credono. guardano: "cazzo c'è una lampadina!", confermano. imbarazzo. e adesso come lo diciamo all'oste? "ehm, scusi signora!". "sì? desidera dell'altro?" mi chiede. "ehm, no, cioè sì, un'altra teiera, sa qui dentro c'è una lampadina!". la signora arrossisce, viene e se ne va. porta un'altra teiera. senza lampadine stavolta.
Mancano 2 giorni, la meteo butta male e i branchi di lupi affilano i denti con la lima... Domani, giovedì sera, si parte alla volta di Zermatt. Venerdì intervista per Radio Popolare, che presenta la Patrouille des Glaciers raccontando della nostra cordata, mista (perché composta da uomini e donne) e internazionale (perché composta da italiani e svizzeri), e, la sera, alle 22, partenza. Attenzione però: se il tempo sarà troppo brutto potrebbero posticipare la partenza di 24 ore, cioè al sabato sera. Ah, vita grama....
Dalla SellarondaSkiMarathon alla Patrouille des Glaciers
A Canazei, durante la Sellaronda, il 6 marzo. Fu allora che indossammo gli stessi fanaloni che venerdì 18 aprile torneranno a illuminare la via... 
Bestia o superuomo? Propenderei per la bestia...
"L'uomo è un cavo teso - scriveva Nietzsche in Così parlò Zarathustra - fra la bestia e il superuomo [...], è qualcosa che deve essere superato".
Il funambolo di Così parò Zarathustra cade (non ce la fa ad arrivare al superuomo), quello di Melloblocco che abbiamo visto l'anno scorso ce l'ha fatta, è arrivato dall'altra parte. C'è un problema però: non sappiamo in che direzione ha percorso la corda...
Manie di faraonica grandezza (per guarire il mal di testa)
di come Losca piè atroce prepara la grande sfacchinata
Mancano dieci giorni, "dio è morto, marx pure e anch'io non mi sento molto bene". In effetti ho un mal di capoccia che se non mi passa vado a farmela sostituire al museo egizio con quella imbalsamata di qualche faraone. Akhenaton, per la precisione, perché mi suona bene, perché era eretico e perché è meno banale dell'inflazionato Tutankhamon. 
E le altre 2 pattuglianti cosa combinano nel frattempo? La Ceci, da brava bionica tecnica di elisoccorso, sta facendo il suo turno in elicottero: ieri ha recuperato un motociclista gambizzato a Ivrea, oggi non è dato sapere. Bettina, così ci ha riferito in teleconferenza su skype, fa la mamma. Insomma, i nostri tre eroi (Losca, Bettina, Cecilia) sono in stand by, fra coloro che sono sospesi in attesa del giudizio universale che si consumerà al golgota di Zermatt tra dieci giorni tondi.
Io, dopo aver macinato per mesi migliaia di chilometri in automobile per coltivarmi i nipotini varesini e farli crescere col sacro fuoco montagnino(attività assai dispendiosa e poco allenante), ho cominciato la stagione del Musiné, la montagna foris portas dei torinesi, 800 metri di dislivello secchi secchi, una croce sulla cima alta come un palazzo e una stele segnaletica dei punti magnetici (il Musiné è considerata da alcuni una montagna al punto di incontro di strane linee di forza che avrebbero un che di mistico). Umberto è tornato dal suo dottorato spagnolo e, a parte i tentativi di sciamata delle sue api che si sono sentite tradite dal padrone fedifrago, in un paio di giorni dovrebbe essere pronto per tornare a correre su e giù pei bricchi con Losca "piè atroce".
E' cominciato il conto alla rovescia per la faticaccia più immane che la malsana passione per lo scialpinismo ha mai imposto a essere umano: la Patrouille des Glaciers, ovvero la gara di scialpinismo più dura che ci sia. 53 chilometri a una quota media di 3000 metri, 4000 metri di dislivello in salita da affrontare in cordata da 3 per andare da Zermatt a Verbier, nel Canton Vallese della Svizzera. Losca sarà con
due signorine bioniche, Bettina (qui a lato, amica e unica guida alpina donna di Zermatt) e la mitica Ceci (sotto mentre curva nella polvere in ricognizione sul percorso). Beato fra le donne, dicono, anche perché, come qualcuno ha ironizzato, io starò in mezzo. Che nella geometria alpinistica ha un senso, altrove un altro....

Così, l'ultimo weekend, proprio quando, il 5 aprile, cadeva il compleanno di Losca - il più esilarante dei 39 trascorsi fin qui (ahi ahi ahi) - siamo stati a trovare Bettina. Ospiti a casa sua ma in balìa di Denis e Cedric, figli di 5 e 7 anni di Bettina, veri e incontrastati padroni di casa che, reduci dalla visione fresca fresca di Robin Hood in cartone animato, si aggiravano per la casa con arco e frecce, infilzando le chiappe dei malcapitati avventori. Con loro, con Marzia, con Bettina, con Lucio (capo guide di Cervinia che fu spedito dal padre a studiare al collegio di Domo - punizione per le bocciature alla scuola pubblica - e che affrontava il viaggio in Ossola passando da Zermatt con gli sci, poi Briga e Sempione in autobus), a brindare alla mia trentanovesima primavera nel più "tipico" ristorante messicano di Zermatt, c'era Marcel, compagno di Bettina (nella foto sotto all'apice della carriera), ex campione di sci e padre dei due piccoli corsari, che diede filo da torcere ad Alberto Tomba negli anni '90 quando fece per 5 anni la Coppa del Mondo riuscendo pure a vincere qualche gara. Il destino cieco e baro ha riservato a Marcel un futuro da baby sitter in una bella casa del centro di Zermatt (mentre la moglie scala le montagne), attività fortunatamente interrotta ogni giorno dall'allenamento delle giovani speranze zermattesi (come si chiameranno mai gli abitanti di Zematt???). 
Cosa riserverà il futuro a noi pattuglianti? Senza spingerci troppo in là diamo appuntamento a tutti gli amici al 18 aprile! Partenza alle ore 22 dalla Disneyland delle montagne, con fanaloni in testa. Arrivo previsto a Verbier l'indomani a mezzogiorno. Intanto si mobilitano i fans club, e per le 4 del mattino, quando è previsto il nostro passaggio da Arolla, ci saranno anche gli amici francesi (Jacques caput mundi) a portarci te e biscottini... Salut a tutti e... au revoir a la Patrouille!
Si può ascoltare To build a home dei Cinematic orchestra e sentire, fra le parole (che non c'entrano niente) e le note, un'altra canzone di Fabrizio De André? In teoria no. Salvo che le orecchie viaggino altrove dal cervello.
Così, ascoltando To build a home, ho sentito Hotel Supramonte:
...e poi scuse, e accuse e scuse senza ritorno
e ora viaggi, ridi, vivi o sei perduta
col tuo ordine discreto dentro il cuore
ma dove, dov'è il tuo amore, ma dove
è finito il tuo amore.
(...)
sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete
passerà anche questa stazione senza far male
passerà questa pioggia sottile come passa il dolore
ma dove dov'è il tuo amore, ma dove è finito il tuo amore.
E ora siedo sul letto del bosco che oramai
ha il tuo nome
ora il tempo è un signore distratto
è un bambino che dorme
ma se ti svegli e hai ancora paura ridammi la mano
cosa importa se sono caduto se sono lontano
perché domani sarà un giorno lungo e senza parole
perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole
ma dove dov'è il tuo cuore
ma dove è finito il tuo cuore.
Prima rivelazione, epifania pasquale:
Nell'uovo di Pasqua, Chuck Norris ha trovato un altro uovo di Pasqua. Più grande.
Seconda rivelazione:
Quando Chuck Norris bestemmia, Dio compie delle metamorfosi per non contraddirlo.
Dove la vita scorre più lenta
vedi la forma, la geometria,
un certo rigore del verso metrico
nella poesia;
dove la vita scorre più veloce
la vedi zampillare, debordare
come il magma oltre il cratere,
come l'onda oltre la riva,
senza regole, anarchica e giusta
Negli anni santi dell'adolescenza
abbiamo atteso la parola al varco,
come Giovanni Drogo i Tartari.
Il nostro imperativo era: "credere",
credere quia absurdum.
Avevamo bisogno del verbo,
del miracolo dell'incontro
della fame con il pane.
Abbiamo rispettato le consegne
ci siamo consegnati vivi ai sogni
e, un giorno, qualcosa è giunto:
un vento frontale, una parola ambigua
transessuale, orale. Sembrava poesia.
Poi è arrivato
l'andare rabbioso, penoso corso
della vita che si avvita su sé
stessa mentre tenta l’azzardo
dell’incontro a incastro
- tetris tantra di percussioni
erotiche a contratto -
parola netta, maschile, scritta.
Sembrava prosa.
Infine sono salito dove il cielo è più alto
dove ti schianta l’incanto
e il ghiaccio accieca.
Qui più acuta è la pena degli esseri
la loro quiete...
Il silenzio.
Cacciatori di valanghe

Ricordate Steve Irwin, l’australiano esperto di coccodrilli e di varie altre specie animali pericolose, morto nel 2006 per la puntura di una razza durante le riprese subacquee di un documentario nei mari australiani? Definito il “cacciatore di coccodrilli”, Irwin era in realtà contrario alla caccia, ma godeva di questo appellativo perché andava a scovare ogni genere di animale selvatico, potenzialmente pericoloso per l’incolumità dell’uomo, e si faceva filmare mentre si trastullava con le bestioline in questione. Qualcuno, non a torto, ne criticava l’ostentata spettacolarizzazione, il disturbo (non richiesto) dei feroci predatori che si vedevano interrotto il loro beato isolamento dal bellimbusto in kaki. Naturalmente c’è sempre un rovescio della medaglia: Irwin utilizzava il tubo catodico per fare campagna contro ogni forma di persecuzione nei confronti degli animali. Ma attenzione: era proprietario di uno zoo. Nel 2004 era stato invitato al barbecue di George Bush durante la visita del Presidente degli Stati Uniti a Canberra. Ma attenzione: aveva realizzato servizi per il National Geographic. Insomma, le contraddizioni sono il sale della vita, dicono, ed è assolutamente vero.
Veniamo a noi, cosa c’entra il cacciatore di coccodrilli con pALP fiction? L’epilogo cruento di una vita da protagonista e la frequentazione di bestie feroci ha certamente a che fare con il genere pulp, ma della montagna, di ALP (rivista di alpinismo), del genere pALP, cosa ne è?
Bene: l’esempio di Irwin ci permette di portarne un altro, che non c’entra niente e che invece c’entra tantissimo: così come il nostro era un esperto di animali feroci e ne ha toccato con mano l’esiziale pericolo, c’è anche chi, esperto di neve e valanghe, ne ha toccato con mano il veleno. La polvere bianca, d’altronde, non è la cocaina ma a suo modo è pur sempre una droga.
Ricordate l’episodio, accaduto nel mese di gennaio, che ha avuto per protagoniste alcune guide alpine e una nivologa, in Val Sesia? Le suddette sono rimaste sotto a una valanga di medie dimensioni, in un giorno di tempo pessimo e di pericolo molto alto. Ma che ci facevano là, ha detto qualcuno, con quelle condizioni? E subito i bacchettoni hanno rincarato la dose: "Come faccio a fidarmi di una nivologa che resta sotto a una valanga?". O similmente: "Come faccio a fidarmi di una guida alpina che mi porta là dove cadono le valanghe?".
Ovviamente siamo tutti d’accordo che ci sono condizioni oggettive che sarebbe meglio evitare, ma sappiamo anche che in montagna il concetto di “precarietà” è più in auge che nell’attuale mondo del lavoro ("terrà questo appiglio?", oppure: "terrà il mio rampone sul ghiaccio vivo sotto questa neve inconsistente che sembra borotalco?", e infine: "chissà se questa neve resta su o se viene giù tutto?").
Insomma, a ben guardare non è così assurdo che ci siano più alpinisti fra coloro che si fanno male in montagna che non fra coloro che se ne stanno comodamente seduti in poltrona. Così come non è improbabile che un esperto di armi da fuoco finisca bucherellato da una schioppettata. Antoine De Saint-Exupéry, l’autore de Il Piccolo Principe, non era solo un esperto di voli fantastici e visionari, ma anche reali e aerei, tanto che di professione faceva il pilota. Saint-Exupéry scomparve quando il suo velivolo precipitò in mare.
Ci sfiorava il soffio delle valanghe potrebbe essere non solo il titolo di un libro di Alberto Paleari, ma anche il motto di un esperto nivologo. Almeno finché campa. Mancato, per un soffio appunto, da chissà quante valanghe.
(da ALP+ #250, aprile-maggio 2008)
Roccia e pallottole

Il 29 dicembre, mentre ALP era in edicola con un focus sulla Sardegna arrampicatoria, a Orgosolo, la cittadina del Supramonte nota per i murales, veniva ucciso Peppino Marotto, poeta e sindacalista ottantaduenne. È possibile che qualcuno, sulle non lontane pareti dove corre la via Hotel Supramonte, abbia sentito lugubri echi. Ma facciamo un passo indietro. Perché questa rubrica dal titolo pALP fiction? Il riferimento è evidente. Con l’uscita del film Pulp Fiction di Quentin Tarantino, ostentazione parossistica della violenza metropolitana, nel 1994 rinacque un genere: il “pulp”, appunto. Segno distintivo il contenuto forte, la carne fatta a brani dalle pistolettate. Il “pulp” in origine consisteva in una produzione letteraria stampata su riviste fatte con carta economica estratta dalla polpa dell’albero, di qualità più scadente rispetto a quella ottenuta dal resto del tronco. Storie sfacciate, violente, oscene, venivano pubblicate su carta ruvida, facile a ingiallire, mentre sulle copertine comparivano scene raccapriccianti o sexy. La vita insomma, o almeno uno dei suoi volti. Ora, la montagna, nella letteratura, nell’immaginario e, per certi versi, nella realtà, è sempre stata agli antipodi rispetto a quell’universo, e non c’è bisogno di aver visto il cartone animato Heidi per rendersene conto. Il pantalone di fustagno, le camicie a quadri, la penna dell’alpino, il vecchio scarpone, il Signore delle cime, la lotta con l’alpe, l’eremita, il Viandante sul mare di nebbia, non sarebbero a loro agio nei pressi di un’area di servizio dove si consuma una rapina con omicidio innaffiato da schizzi di sangue. Oggi però l’immaginario idilliaco della montagna non gode più di quello splendido isolamento e l’arrampicata non è più circonfusa di quell’aura epica che ci restituiscono le foto di un Gervasutti. C’è il sintetico indoor, ci sono gli street boulder e c’è l’arrampicata vista mare, dove la roccia è tiepida e viene buona nella stagione fredda. La Sardegna, con la sua roccia fantastica immersa nella macchia mediterranea è stata una delle prime frontiere di questa nuova era di contaminazioni. Oggi il verticale non è più legato esclusivamente alle tradizioni alpine ed è imbevuto anche di stili e pensieri metropolitani.
Scott Turow, vincitore del Raymond Chandler Award (vero e proprio riconoscimento alla carriera) e recentemente in prima linea nel dibattito sulla pena di morte, è in questi giorni al Noir in Festival di Courmayeur dove, con Gherardo Colombo, ha partecipato anche a un dibattito sull' "emergenza legalità" . Classe 1949, studi ad Harvard, ha iniziato l’attività forense ed è stato, per otto anni, assistente del procuratore generale di Chicago prima di realizzare il sogno di una vita: scrivere. Un sogno coltivato quando, ancora adolescente, leggeva d’un fiato Charles Dickens, James Joyce, T. S. Eliot, Graham Greene, Saul Bellow, non immune da influenze classiche, come testimonia l’infelice titolo del primo romanzo, rimasto comprensibilmente inedito, “Dithyramb”. Cresciuto negli anni ’60 e ’70 con il mito democratico della letteratura popolare che faceva a pugni con l’altro suo mito, quello modernista e poundiano secondo cui sono pochi gli artisti che possono influenzare la vita culturale di un paese (“Non aveva importanza – scrive Turow a proposito di quei suoi anni di formazione - se le persone ottuse non comprendevano l’Ulisse di Joyce, a patto che lo facessero i pochi che potevano influenzare la vita culturale”), è riuscito infine a vincere la scommessa di trovare un punto di equilibrio fra divulgazione (“Non pensavo che i miei libri sarebbero diventati dei bestseller e anzi, li ho sempre considerati letteratura di scarto, alla quale rimproveravo scarsa immaginazione”), stile e profondità di sguardo della complessità dell’animo umano.
Scott Turow ha inventato il cosiddetto Legal Thriller (così fu definito il suo romanzo d’esordio “Presunto innocente” del 1987) ed ha così rinnovato il tradizionale giallo forense, coniugando in modo convincente letteratura e plot narrativi che inscenano vicende giudiziarie e criminali tipicamente americane.
In questi anni la riflessione di Scott Turow, come detto, si è concentrata sulla pena di morte, tanto che nel 2000 il Governatore Repubblicano dell’Illinois, George Ryan, l’aveva chiamato a far parte di una commissione per studiare una riforma della pena capitale da cui è nato il libro “Punizione suprema” (Mondadori).
Nel gennaio del 2003, anche grazie al suo parere, il governatore intervenne concedendo la grazia ad alcuni condannati a morte portando a 17 i casi di condannati per errore poi scagionati. Sull’argomento, e sugli intrecci con la sua scrittura in particolare e con la letteratura in generale, abbiamo parlato con lo scrittore americano.
Scott Turow, in Italia il dibattito sulla pena di morte suscita da sempre attenzione e, non a caso, il nostro paese si sta facendo promotore presso le Nazioni Unite di una moratoria. Quali possibilità concrete ci sono di diminuire il numero di esecuzioni nel mondo?
“L’iniziativa è importante, molto importante, anche se io personalmente non saprei dire di quel che accade in Cina, in Giappone o in paesi dove il numero di esecuzioni è molto alto, come nel mondo musulmano, ma posso dire che negli Stati Uniti, da che si è scoperto che il numero dei condannati per errore è considerevole, il consenso verso la pena di morte è in diminuzione, e con esso anche le esecuzioni. Certo è che oggi il dibattito alle Nazioni Unite è molto sentito, ma se a noi americani interessasse davvero questa tendenza non avremmo la pena di morte”.
Per la legge esiste solo il bianco e il nero. Ma la legge non comprende la complessità dell’animo umano. Ci riesce l’arte?
“La legge non può che decretare che le cose sono bianche o nere, giuste o ingiuste, ma proprio per questo la legge non attinge la verità. Le nostre vite sono ben più complesse, e i casi giuridici si intrecciano alle motivazioni, ai conflitti, ai sentimenti. Ma la legge può dirimere solo una parte di questo insieme, ed è per questo che, nella sua necessità di dire A o B, tante volte sbaglia. E quando sbaglia mandando a morte qualcuno l’errore è tragico. Sicuramente la letteratura e l’arte sono forme di comprensione più alta della realtà, proprio perché la realtà è ambigua, complessa, piena di ombre e sfumature”.
Non si rischia così di perdere la fiducia nella legge?
“Io ho fiducia nella legge. Sono consapevole che la fiducia nella legge e la certezza del diritto sono fondamentali perché la società si regga. Ma accompagno questa consapevolezza a un’altra: che la legge in sé non può rendere il mondo migliore”.
Ma se la legge non può attingere la verità che senso ha far giurare i testimoni con la mano sulla Bibbia?
“È evidente che la verità di un processo non è la stessa della verità della letteratura o della religione. Ciò nonostante essa ne è parte. La verità processuale è una parte della verità, che è molto più composita. Per esempio i conflitti interiori sono pressoché esclusi dalla verità giuridica, ma non dalla letteratura”.
Ritiene che l’arte e la letteratura, senza essere asservite ideologicamente alla politica, possano avere un ruolo civile di orientamento nella società?
“Decisamente sì. Negli anni ‘70 il cinema americano, ma anche la televisione, produceva film che non rappresentavano la realtà perché mancavano volti di colore, mentre era evidente che la popolazione americana era composta di bianchi e neri. Così si tentò di correggere il tiro con un impegno civile, non ideologico (perché con la produzione artistica ideologica si distorce la realtà mentre con l’impegno civile si cerca di rappresentarla, al limite di trasformarla), che portasse nei film anche volti neri. Certamente il risultato fu persino troppo retorico e idealizzato, producendo rappresentazioni che sembravano negare l’esistenza di discriminazioni che, invece, erano sotto gli occhi di tutti. Ma oggi il risultato è stato ottenuto, anche grazie all’impegno civile dell’arte e degli artisti”.
Ci faccia un esempio concreto?
“Mio figlio, che studia all’università e vive nel campus, ci ha raccontato per mesi di due suoi compagni di stanza. Di uno sapevamo che gli era simpatico. Dell’altro che non avevano un gran dialogo. Quando poi siamo andati a trovarli abbiamo scoperto che erano entrambi di colore, ma per mio figlio questo fatto era del tutto indifferente. C’è stata una rivoluzione sul piano culturale. Spero che succeda la stessa cosa con la pena di morte, con la sensibilizzazione dell’opinione pubblica attraverso le opere”.
Cosa pensa del Nobel per la pace conferito per l’impegno nei confronti dell’ambiente?
“Penso che sia molto importante perché fa parlare di problemi che toccano tutti. Certo, se si chiedono sacrifici agli americani per limitare l’uso dell’automobile o per convincerli a usare auto più piccole, sarà difficile che li facciano: avranno sempre la scusa che ci sono paesi come la Cina che contribuiscono all’inquinamento globale non meno degli Usa”.
Ogni volta, ogni attimo, un pezzo di noi lascia il campo per sempre.
Spicca il volo verso l’infinito di altre vite.
Altre finite vite minime, la cui somma è l'universo, che non finirà mai.
Un pezzo di noi, un unghia, brandelli di pelle, un capello, un ricordo che sbiadisce, che è stato un riflesso dei nostri occhi, l'incanto che abbiamo visto un giorno a baita.
Ogni volta, ogni attimo, qualcosa muore, e permette al fiume di avanzare, lento, senza altri spargimenti di dolore.
Un fulmine prende il posto di uno sguardo, la luce del sole quello dell’umanità intera.
Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne.
http://www.nazioneindiana.com/2007/11/15/il-triangolo-nero/
Leggiamolo, meditiamolo, traduciamolo in fatti.
V

Sauze d'Oulx, Val di Susa, 21 novembre 2007
S'omaggia la brigata de' crusconi
di queste amene "cruscate",
giacché siamo fatti di quella pasta
fatta apposta per la crusca.

La cruna del lago era la strettoia che per molti anni ha costretto al supplizio di una strada tortuosa e serpeggiante sul Lago Maggiore tutti coloro che si avventuravano per le valli dell'Ossola . Supplizio appena attenuato da un fondale degno di una quinta teatrale. Supplizio ben ripagato dal paradiso che si apriva poi.
Oggi siamo appunto in quel paradiso, e osservo la prima neve dell'Alpe Devero attraverso un varco: la finestra di casa. Crune, porte, finestre, gallerie, brecce, clessidre, sono varchi fra luoghi, spesso fra mondi. Mondi paralleli, rovesci, come il regno di qua e il regno di là, questo, dove 2+2 fa 4, e quello, dove 2+2 fa nevicare. Questo, dove le volpi hanno occhi di cristallino e quello, dove la "vecchia volpe argentata" ha occhi di bottone............................................

Il miglior cocktail per l'inverno, in avvicinamento accelerato. è solo un ricordo ma prefigura un futuro.

A volte a SottoSopra ci si trova a testa in giù (per ulteriori info su SS vedi il post "Camel Light" del 31 ottobre 07). Nonostante le molte strane leggi che regolano quel luogo, la legge di gravità non viene sovvertita, e i gravi tendono sempre a finire Sotto. Ma c'è qualcosa che li tiene Sopra: un mix di follia e di corde, di battiti d'ali e contrazioni muscolari. A SottoSopra, ovviamente, si conquista l'inutile. Conquista di cui ci si vanta come fosse un eldorado. Per la cronaca, il dagherrotipo in alto mostra il dietro le quinte di un reportage da SottoSopra, frazione di Finale Ligure, Grotta dell'edera. Gli scatti in basso mostrano invece il soggetto 851 della classificazione del Lombroso (da "Rivoluzionari e criminali politici, matti e folli" di Cesare Lombroso) messo alle corde per impressionare il dagherrotipo di cui sopra.
